I PATTUGLIAMENTI SONO GIA' INIZIATI


Questo l'articolo scritto da Gabriele (nella foto mentre mostra a loro le immagini da lui raccolte in Libia) dopo aver parlato con i ragazzi liberiani incontrati a margine della presentazione del film al Fespaco 

OUAGADOUGOU – Respinti in acque internazionali, al largo di Lampedusa, dalle navi di Frontex. Torturati nelle carceri libiche. E abbandonati in mezzo al deserto nigerino. È la storia recente di tre cittadini liberiani, incontrati da Redattore Sociale in Burkina Faso, a Ouagadougou. Alla vigilia dell'avvio dei pattugliamenti congiunti italo libici, che affideranno alla polizia libica tutti i migranti fermati in mare, la loro testimonianza svela che cosa stia realmente accadendo in Libia.

 

Partiti dalla Liberia in guerra nel 1995, quando ancora erano degli adolescenti, Daniel, Yosif e Abenido impiegarono sette anni per arrivare in Libia. Dopo un lungo viaggio attraverso la Costa d'Avorio, il Ghana, e il Niger. Da Zuwarah riuscirono a imbarcarsi soltanto nell'ottobre del 2008. Al timone sedeva un egiziano. A bordo erano una trentina. Tra cui tre donne (una eritrea, una nigeriana e una ghanese). C'erano marocchini, tunisini, egiziani, ghanesi, maliani e eritrei. Dopo tre giorni di mare, al calare del sole incontrarono una nave di pattuglia. Li presero a bordo. Ma alle prime luci dell'alba furono consegnati ad una motovedetta libica, che dopo due giorni di viaggio li sbarcò al porto di Zuwarah, in Libia. I tre sostengono che fosse una nave italiana. Ma non hanno visto la bandiera. Ad ogni modo era una delle navi della missione di Frontex, Nautilus III, all'epoca ancora operativa nel Canale di Sicilia. Nessuno dei passeggeri venne identificato prima della consegna ai libici. E a nessuno venne chiesto se intendeva chiedere asilo politico. Tecnicamente si tratta di un respingimento collettivo, proibito dalla Convenzione europea dei diritti umani, dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati e dalla Convenzione contro la tortura. Già perché è risaputo che il trattamento riservato ai migranti nelle carceri libiche è inumano.

 

“Ci portarono al commissariato bendati – racconta Yosif -, poi la sera ci portarono in un campo di detenzione. Non c'era neanche lo spazio per sedersi a terra. Siamo rimasti lì per tre notti. Ogni notte ci prendevano uno a uno e ci portavano nel cortile. Ci picchiavano, ci bastonavano. Era una continua tortura. Volevano sapere i nomi degli intermediari a cui avevamo pagato il viaggio”. Al quarto giorno vennero trasferiti a Tripoli, stipati dentro un camion, per essere scaricati nel carcere di Janzur, dove rimasero due lunghissimi mesi. Della loro situazione erano informate le Nazioni Unite. I tre infatti avevano fatto richiesta di asilo politico all'Alto commissariato dei rifugiati in Libia. E dal carcere erano riusciti ad informare un funzionario, che gli rese visita promettendo loro che li avrebbero fatti uscire. Pochi giorni dopo però, all'alba, caricarono anche loro sul camion diretto a Sebha, alle porte del Sahara. “Gridavano “Barra! Barra!” Fuori! E ci spingevano con i manganelli. Eravamo in 150 pigiati uno contro l'altro”.

 

A Sebha, dopo un mese di carcere furono finalmente riaccompagnati alla frontiera. Di nuovo stipati dentro un container di ferro trainato da un autorimorchio fino alla frontiera con il Niger, tra Tumu e Madama. Tre giorni di viaggio. “I momenti peggiori erano quando gli autisti si fermavano nelle ore più calde per riposare. Il container diventava un forno, non avevamo da bere!”. Ad aspettarli non c'erano però gli agenti della dogana nigerina. Non c'era niente e nessuno. Solo il deserto. E qualche sagoma all'orizzonte. I libici avevano detto di marciare in quella direzione. I 150 si sparpagliarono. Dopo tre giorni di cammino sotto il sole cocente, Daniel perse le forze. Respirava a malapena. Era disidratato. I due compagni lo trascinavano di peso. Si erano persi. Sarebbero morti di sicuro, se non fossero stati visti da un pastore tuareg, che passava in quelle zone con i suoi cammelli. Li portò all'oasi di Dirkou. E li ospitò finché non si rimisero in forza.

 

Oggi vivono a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. Abemido fa il barbiere e guadagna qualche franco per il cibo. Dormono per strada. Qua li ha portati un camion carico di cipolle, partito da Niamey. Vogliono tornare a casa. Li aiuterà la madre, rifugiata politica negli Stati Uniti. Come loro sono migliaia i giovani bloccati lungo le frontiere degli stati nordafricani. Respinti nel deserto dopo essere stati fermati in mare alla frontiera della Fortezza Europa. Quante siano le vittime non lo sapremo mai. Non lo sanno nemmeno loro. I tre liberiani. Dei 150 deportati nel deserto, ne hanno rivisti solo qualche decina nell'oasi di Dirkou. E gli altri? (gdg)

 

1 commento:

Giancarlo ha detto...

Che dire, la mia indignazione è ormai dolorosa. Mi torna alla mente "Bilal", di Fabrizio Gatti... articoli letti, voci, testimonianze, e vorrei dire che questo "ordine cannibale del mondo" come lo definisce Ziegler, è destinato a crollare anche sotto la spinta di queste migrazioni inarrestabili. Spero di far in tempo a vedere tutto questo.