La campagna per gli eritrei
Liberati
eritrei respinti - il video
eritrei respinti - il video
SIT-IN ALL'AMBASCIATA LIBICA DI ROMA




200 persone hanno manifestato giovedì 8 luglio davanti all'Ambasciata Libica a Roma per chiedere la liberazione dei profughi eritrei, il riconoscimento del loro diritto d'asilo, la fine della politica dei respingimenti e la revisione degli accorsi Italia-Libia.9 LUGLIO - INIZIATIVE IN TUTTA ITALIA
Tutte le iniziative nazionali
(in continuo aggiornamento)
Roma
Giovedì 8 luglio 2010 h 18 - Ambasciata libica (via Nomentana 365, all’altezza di Via Asmara)
Napoli
Giovedì 8 luglio 2010 h 19 - Prefettura di Napoli (Piazza Bellini)
[ Vai all’articolo ]
Padova
Venerdì 9 luglio 2010 h 18 - Prefettura di Padova (Piazza Antenore)
[ Vai all’articolo ]
Bologna
Venerdì 9 luglio 2010 h 17 - Prefettura di Bologna (Piazza Roosvelt)
[ Vai all’articolo ]
Venezia
Venerdì 9 luglio 2010 h 12 - Campo San Bortolo (Rialto). Una delegazione raggiungerà la Prefettura
Palermo
Venerdì 9 luglio 2010 h 17:30 - Prefettura di Palermo (Via Cavour 6)
Milano
Venerdì 9 luglio 2010 h 18.00 - Corso Monforte angolo Via Donizzetti
Brescia
Venerdì 9 luglio 2010 davanti alla Prefettura ( Cortile di Palazzo Broletto) alle ore 18,30.
L'iniziativa è promossa da Movimento Nonviolento di Brescia, Emergency - gruppo di Brescia, Amnesty International, Fondazione Guido Picci per i diritti dell'uomo ONLUS, Camera del Lavoro di Brescia, ADL Zavidovici.
Parma
Venerdì 9 luglio 2010 h 18.00 - Prefettura di Parma (Via Repubblica)
Caltagirone (CT)
Venerdì 9 luglio - Associazione Astra a Villa Patti di Caltagirone
Cagliari
Lunedì 12 luglio - ore 19.00 - http://www.facebook.com/event.php?eid=122232821154966
LETTERA FRATTINI E MARONI
Lettera dei Ministri Frattini e Maroni: “La ricerca di una soluzione umanitaria” (Il Foglio)
Al direttore - Rispondiamo all’ “appello realista” che il suo giornale ci indirizza, innanzitutto ringraziandola per l'approccio articolato e comprensivo che anima la vostra analisi di una realtà che è appunto complessa e, come tale, merita una risposta politica altrettanto articolata e complessa.
Affrontiamo certo una materia in cui l'assolutezza e l'irrinunciabilità dei diritti vanno prese sul serio e anche noi capiamo come gli uomini di buona volontà e le Organizzazioni umanitarie lancino da giorni un pressante allarme. Ma non siamo certi che anche le più giuste declamazioni possano aiutarci a risolvere un problema che, proprio a partire dagli argomenti corretti che fondano l’analisi del suo giornale, ha bisogno di un approccio diverso per essere risolto. Tra l'altro non crediamo che incoraggino la comprensione della realtà della vicenda cronache e interviste giornalistiche con appelli via telefono satellitare inspiegabilmente utilizzate da parte di persone che denunciano di essere detenute e a rischio di tortura.
Richiamiamo, ma solo per completezza di argomenti, la necessità di un atteggiamento rispettoso della sovranità libica (e il rischio che gli inviti pressanti. e a volte polemici, della nostra opposizione parlamentare rivelino una prospettiva “neocoloniale” politicamente molto scorretta e assai controproducente dal punto di vista del risultato) e di un'azione internazionale capace di coinvolgere l'Onu, le sue agenzie e le altre Organizzazioni internazionali. Il destino e la sorte di questi cittadini eritrei non può cioè esser risolto dalla sola nostra e pur privilegiata relazione bilaterale. E in questa partita si misura ancora una volta tutta la fragilità europea e la prospettiva “del nord” - preoccupante e sconsiderata - che continua a considerare il Mediterraneo e la sua sponda sud come un “mondo a parte”. E' proprio il sud del mondo a premere ancora una volta, e ora di più, contro i paesi della sponda meridionale e da lì sugli avamposti europei: Italia, Spagna, Malta e Grecia principalmente.
Non diciamo questo per coltivare un atteggiamento consolatorio e per trovare uno scudo, un riparo non solo alle responsabilità, ma al protagonismo che come è giusto anche al nostro paese si richiede. Diciamo questo perché in questa -come in altre occasioni- l'Italia non si è mai sottratta a un'attività di sensibilizzazione delle autorità libiche, verso le quali noi abbiamo scelto, nello spirito di una sincera amicizia, di condurre un'azione discreta e positiva anche in nome e per conto dell'Europa: come due distinte, ben note e importanti vicende legate alla soluzione della crisi Libia-Svizzera hanno recentemente saputo dimostrare.
Proprio perché questo nostro mondo è particolarmente complesso e l’approccio della diplomazia politica -se è, come tutti ci auguriamo, finalizzato a risolvere i problemi- deve aiutare a trovare le risposte più adeguate, noi abbiamo scelto una strada diversa da quella della pubblicità. Perché siamo convinti che non ci aiuterebbe. Sappiamo bene che è una lotta contro il tempo. In queste ore è in corso una delicata mediazione sotto la nostra egida, mediazione che stiamo finalizzando, per poter arrivare all'identificazione dei cittadini eritrei -i quali, è bene saperlo, timorosi di farsi identificare rendono impossibile la definizione del loro status - e poter loro offrire un'occupazione, nella stessa Libia, contro il rischio e la paura del rimpatrio. In quest'azione le Ong italiane sono in prima fila.
RISPOSTA A MARONI E FRATTINI
Quattro semplici e sintetiche risposte alla lettera di Frattini e Maroni sulla questione profughi eritrei in Libia.
1. Non c'è nessun atteggiamento neocoloniale nel chiedere alla Libia di rispettare i diritti umani fondamentali. Il neocolonialismo sta piuttosto nel continuare a sfruttare le risorse naturali ed economiche dell'Africa (questo lo scopo principale dell'accordo con la Libia) schiacciando diritti di migliaia di persone e generando conflitti interni tra diverse popolazioni africane.
2. Se davvero il Governo vuole costruire un'azione internazionale capace di coinvolgere l'ONU e le sue agenzie, perchè non ha preteso al momento della firma dell'accordo l'adesione della Libia a fondamentali convenzioni internazionali come quelle di Ginevra e quella contro le torture?
3. Se il destino degli eritrei non può essere risolta dalla sola azione bilaterale dell'Italia, perché l'Italia ha più volte scavalcato le critiche sollevate da organismi sovranazionali, tra cui anche la Comunità Europea, pur di concludere l'accordo bilaterale che regola tutte le vicende a cui stiamo assistendo?
4. La soluzione prospettata del trovare un'occupazione ai cittadini eritrei in LIbia è completamente inaccettabile. Il diritto d'asilo non è soddisfatto e tutelato dall'occupazione lavorativa. Prima vi deve essere la garanzia della tutela legale completa dei richiedenti asilo, poi è auspicabile anche un inserimento lavorativo.
E tale garanzia non esiste in un Paese, la Libia, dove il diritto d'asilo non esiste e la tutela democratica della legalità è fortemente criticata da molte organizzazioni e osservatori internazionali.
Per altro è davvero bizzarro, se non ridicolo, che tale proposta venga dai Ministri di un Paese, l'Italia, che è raramente in grado di fornire inserimento lavorativo a stranieri che hanno ottenuto la protezione umanitaria o lo status di rifugiato.
Sarà difficile ottenere ulteriori risposte a questa risposta.
Ma non disperiamo.
Ci auguriamo che l'attenzione dei Ministri sulla vicenda continui ad essere alta e si pervenga alla sola unica giusta cosa da fare: dare ai profughi eritrei protezione nel nostro Paese, dal momento che lì dove sono non solo non possono richiedere asilo, ma vivono condizioni di violenza e violazione completamente inaccettabili.
Andrea Segre
A nome di autori e produzione di "Come un uomo sulla terra"
ADESIONI A "UNA LUCE PER LA DIGNITA'"
Man mano che arrivano le adesioni pubblichiamo qui di seguito:
ASSOCIAZIONI E GRUPPI
Lab. Paz Project Rimini
Ass. Rumori sinistri Rimini
Riminesi globali contro il razzismo
Arci Nazionale
SOLIDARITE SANS FRONTIERES SUISSE et
COORDINATION ASILE VAUD (Suisse)
Migreurop
MEDU - Medici per i Diritti Umani
CIAC, Centro Immigrazione Asilo e Cooperazione di Parma e Provincia
CEMEA del Mezzogiorno
Coordinamento Nazionale Migranti FIOM
Convergenza delle Culture - gruppi di Milano
Sinistra Ecologia e Libertà del Lazio
Associazone SenzaConfini - Roma
Associazione di Roma "INsensINverso"
Politiche dell'Incontro e Mediazione Culturale in Contesto Migratorio - Roma TRE
Un Ponte Per...
Associazione Casa Africa
Giornalisti contro il razzismo
Movimento Non violento di Brescia (iniziative sul blog http://sites.google.com/site/siamosullastessabarca)
Associazione Volontari per la protezione civile ASTRA - Caltagirone (CT)
SINGOLI CITTADINI
Simona Segre Reinach
Stefano Fragasso
Claudia - Piacenza
Rosanna Marcato
Anna Lodeserto
Mariapia Costanza
per aderire: unaluceperladignita@gmail.com
UNA LUCE PER LA DIGINITA'
Mobilitazione nazionale per la liberazione dei profughi deportati nel deserto libico
8 LUGLIO
ROMA dalle 18.30 davanti all'Ambasciata Libica in Via Nomentana 365 (all'altezza di Via Asmara)
NAPOLI dalle 19.00 in Piazza Bellini
9 LUGLIO
in tutta Italia davanti alle Prefetture
Portiamo tutti una candela davanti all'Ambasciata Libica e manifestiamo davanti alle Prefetture
UNA LUCE PER LA DIGNITA'
Libertà e diritto d'asilo per 250 profughi eritrei deportati nel deserto Libico
Fermiamo le violenze della polizia libica contro i migranti
Rivediamo gli accordi Italia - Libia e fermiamo la politica dei respingimenti
Agenzia Habesha
Come un uomo sulla terra (Asinitas e ZaLab)
Fortress Europe
Melting Pot
Stalker - Primavera Romana
Welcome! Indietro non si torna
All'iniziativa dell'8 luglio di fronte all'Ambasciata della Libia aderisce anche la Sezione Italiana di Amnesty International.
per info e adesioni
unaluceperladignita@gmail.com
http://comeunuomosullaterra.blogspot.com
http://fortresseurope.blogspot.com
http://www.meltingpot.org/
QUI LISTA DELLE NUOVE ADESIONI
PROVIAMO A SALVARCI
A volte ho paura
di non poter trovare altre parole
E' come se solo il silenzio
potesse toccare l'intensità del dolore
Non è facile aver passato due anni della propria vita ad aver girato in lungo e in largo l'Italia e l'Europa raccontando a centinaia di migliaia di persone la vergogna disumana dell'accordo Italia-Libia ed oggi essere ancora qui a dover cercare altre parole per continuare a doverlo fare.
Altre parole per cercare di ottenere attenzione da un mondo, quello della politica e della sua comunicazione, fiero della sua vanitosa distanza, della sua inumana estraneità e della sua feroce parzialità.
Non ci dovrebbe più essere nulla da dimostrare.
Più nulla da spiegare.
La storica vergogna della deportazioni di esseri umani volute e finanziate dall'Italia nel deserto libico è sancita.
Inconfutabile segno della perdita di civiltà di un piccolo vecchio mondo, arroccato nella sua scricchiolante posizione di privilegio.
Non avremmo più bisogno di altri racconti.
L'unico bisogno di cui ora dovremmo occuparci è provare a salvare la nostra tradita dignità.
Migliaia di donne, uomini e bambini ci riconoscono con chiarezza come amici potenti, come padrini dei loro disumani carnefici, dei loro violenti stupratori.
Padrini di carnefici stupratori.
Se tali vogliamo essere
non dobbiamo fare altro
perché già lo siamo
Se vogliamo provare
a dare alla nostra vita
un significato diverso
allora dobbiamo reagire.
Per ottenere semplicemente che tutto ciò cambi.
L'Italia deve chiedere scusa a migliaia di esseri umani
e sulla base di quelle scuse rivedere completamente gli accordi con la Libia.
L'Italia deve salvare i 245 profughi eritrei e somali deportati a Brak, perchè deve salvare sé stessa.
In quelle celle di cemento, polvere e sangue è detenuta la nostra dignità di esseri umani.
Proviamo a salvarla.
Proviamo a salvarci.
...E' come se solo il silenzio potesse toccare
l'intensità di questo dolore.
Andrea Segre
LETTERA DI DAG AGLI ITALIANI
Io l’ho vissuto sulla mia pelle: i maltrattamenti nelle carceri libiche, gli schiaffi, le bastonate, gli insulti dei poliziotti libici. Anche io sono stato deportato dentro un container, durante un giorno e mezzo di viaggio, verso il carcere di Kufrah, con altre 110 persone, ammucchiati come sardine. Con noi c’erano anche otto donne e un bambino eritreo di quattro anni. Si chiamava Adam. Chissà che fine ha fatto quel bambino, chissà se è riuscito a salvarsi dalla trappola italo libica, chissà se sua mamma non è stata violentata dai poliziotti libici davanti a lui… Se è sopravvissuto, ormai avrà otto anni, e comincerà a capire piano piano che razza di mondo è riservato per lui e tanti altri come lui.
Perché tutta questa violenza, questo odio contro di noi? È vero, è giusto che per garantire il ben essere di uno, l’altro debba soffrire, debba pagare il prezzo?
Veniamo da paesi dove l’Italia non ha ancora fatto i conti con i suoi massacri durante il periodo coloniale e dove ancora oggi, dopo mezzo secolo, usa i libici per combattere gli eritrei, come all’epoca delle colonie usava gli eritrei per combattere i libici. È vero che la libertà di questi miei fratelli minaccia il benessere dei cittadini europei? È vero quindi che un accordo per il gas e il petrolio vale di più delle vite umane e della loro libertà naturale? Perché l’Italia, da paese civile, non ha previsto nell’accordo con la Libia il minimo rispetto dei diritti “inviolabili” degli esseri umani invece di chiudere un occhio e vantarsi di aver bloccato l’emigrazione via mare?
Mi ricorda la stessa ipocrisia con cui Mussolini fece credere al suo popolo che l’Italia avesse stravinto sugli abissini senza dire nulla sui mezzi che avevano portato a quelle vittorie, ovvero tonnellate e tonnellate di gas utilizzate senza pietà per sterminare i civili. Il tono del governo è lo stesso, oggi come allora, ed è la stessa la reazione della gente.
Se ripenso a Adam, il bambino di quattro anni che era con noi sul container, mi chiedo: quale era la sua colpa? Mi ricordo che ogni tanto l’autista del container (Iveco) si fermava per mangiare o per i suoi bisogni, mentre 110 persone urlavano per il caldo infernale del Sahara, per la mancanza d’aria, che a malapena entrava mentre il camion era in movimento. Il piccolo Adam lo tenevamo vicino al buco da dove entrava un po’ d’aria da respirare… mentre chi si trovava in fondo al container si agitava disperatamente, urlava, piangeva. È possibile vedere ancora deportazioni di massa dentro i container?
Quando ci hanno arrestato poi, i libici non ci hanno chiesto perché fossimo in Libia e cosa volessimo. Eravamo semplicemente la preda dei poliziotti, eravamo donne da stuprare e uomini da bastonare. Pochi giorni fa ho incontrato una persona, in una situazione che non voglio descrivere. Questa persona lavora a Tripoli e mi ha detto che tra gli ultimi respinti in mare verso la Libia c’era una ragazza di 22 anni che è stata violentata dai poliziotti libici appena arrestata. Alla fine è riuscita a evadere, corrompendo una guardia, ma ora è incinta e non vuole far nascere un figliastro di cui non conosce nemmeno il padre…
Perché non si reagisce prima che diventi troppo tardi? Perché tutto questa indifferenza verso la sofferenza degli altri, oltretutto provocata dall’Italia stessa? Dov’è la “civiltà” di un paese che finanzia un soggetto terzo per eseguire il lavoro sporco e lavarsene le mani come Pilato? Quando smetterà l’Italia di essere il “mandante” di queste violenze?
Guarda caso poi, dopo la “deportazione” i poliziotti libici ci vendettero per 30 dinari a testa (circa 18 euro) agli intermediari che poi ci riportarono sulla costa.
Anche noi abbiamo dei genitori, che si ricordano sempre di noi, e che piangono assieme pensando alle sofferenze che viviamo, alle botte e agli insulti che prendiamo. Ma anche noi avremo giustizia per tutto quello che stiamo subendo. Oggi paghiamo il prezzo che i vostri governi hanno deciso di pagare per far godere al “popolo” la sicurezza energetica. Ma le lacrime e il sangue versato non saranno dimenticati.
Uso le ultime parole che mi sono rimaste, l’ultima energia dopo due anni di battaglia su questo tema ma spero di poterlo avere ancora. Ho girato l’Italia, partecipando a centinaia di incontri e di proiezioni (di “Come un uomo sulla terra”, ndr.) e ringrazio tutti coloro che mi hanno fatto vedere la loro indignazione e la loro vergogna di essere rappresentati da questi governi ipocriti.
Ma mi chiedo: se io che grido da qui non ho ascolto, figuriamoci i miei fratelli che stanno nella bocca del lupo. Ma continuo a gridare lo stesso e dico: Italia tu che sei civile e potente guarda queste persone e ricordati cosa hai fatto ai loro nonni.»
Lettere al Presidente Napolitano
mi trovo attualmente in Africa, nel Ruanda, per seguire le elezioni presidenziali per conto della Commissione Europea. Visto da qui, l'impegno dei governi nella tutela dei diritti umani e della protezione dei rifiugiati in particolare, mi sembra particolarmente importante. L'Europa e i suoi paesi membri hanno ribadito il loro impegno storico ad adoperarsi per la promozione e la tutela dei diritti umani e, in particolare, il loro pieno rispetto della Convenzione Europea dei Diritti Umani, nel Trattato di Lisbona.
L'Unione Europea pone il rispetto dei diritti umani in testa a tutti gli accordi di cooperazione, mentre fa parte integrante dei suoi numerosi ed importanti progetti di cooperazione nel continente africano. Ritengo, però, che se vogliamo essere credibili non possiamo chiedere agli altri quello che non facciamo noi. Il respingimento verso la Libia di uomini e donne fuggiti dall'Eritrea, tra cui persone che intendevano chiedere asilo nel nostro paese, come risulta dalla testimonianza del personale dell'Alto Commissariato per i Rifugiati dell'ONU e da quello del Comitato Italiano Rifugiati, costituisce una violazione dei nostri obblighi internazionali. Ora che ci giungono notizie di violenze e sevizie contro eritrei detenuti in Libia, mentre si parla di imminenti espulsioni verso il loro paese, rischiamo di essere corresponsabili di una catena di violazioni dei diritti di queste persone. Quello che succede in Libia è sotto gli occhi dell'Africa. Questi eventi rischiano di diventare una macchia sull'onore e la coscienza dell'Italia ai occhi di questo continente.
Le chiedo pertanto di inervenire per fare fermare le violenze e le deportazioni in Libia.
Con stima,
Tana de Zulueta
"Spett.le signor Presidente,
apprendo fatti sconcertanti sulle condizioni di profughi eritrei che attualmente si trovano in Libia, paese verso il quale furono respinti quando cercarono di rifugiarsi sul territorio dell'Italia per salvarsi dalle minacce alla loro integrità fisica e morale da parte del regime dittatoriale nel loro paese di origine.
Non solo da quando è uscito il film "Come un uomo sulla terra" sappiamo del trattamento inumano dei rifugiati in Libia. Vengono incarcerati, privati della possibilità di soddisfare i loro bisogni primare e a parlare dei loro diritti civili, sociali ed economici non si arriva nemmeno. Sono condizioni estremamente insostenibili e inaccettabili.
L'Italia contribuisce doppiamente a queste violazioni dei diritti umani:
stipulando accordi con il capo di stato libico, un despota sui generis, e rifiutandosi di accogliere i rifugiati nel suo territorio. Con i respingimenti l'Italia viola le stesse norme della Convenzione di Ginevra sul trattamento dei rifugiati. Se in effetti la protezione umanitaria non viene concessa solo perché lo stato non procede all'accertamento dei fatti, a cosa serve la convenzione?
Tutti concordiamo che si tratta di una pietra miliare, raggiunta nell'ormai lontano 1964, che una volta per tutte volle arginare le frequente prassi di violazione dei diritti umani sancendo lo strumento del diritto d'asilo in modo formale. E ripeto che si parla di un diritto.
Essendosi dichiarata in passato vincolata al perseguimento di un ordine politico mondiale pacifico, la Repubblica italiana ha il dovere di affrontare le sue responsabilità in questa vicenda. Lei, spett.le signor Presidente, faccia del suo possibile per fermare le violenze e le deportazioni in Libia adoperandosi al livello delle istituzioni per diffondere consapevolezza e intervenendo con l'autorità del suo ruolo affinché questo stato vergognoso in cui si trova la Repubblica venga superato al più presto."
Tant saluti,
David
Stimato Presidente Napolitano,
Le scrivo per chiederLe di fare tutto ciò che è in Suo potere per fermare le violenze e le deportazioni in LIbia, viste le forti responsabilità che l'Italia ha rispetto a quanto continua a succedere in quel Paese.
L'Italia deve fermare le violenze e le deportazioni in Libia.
Confido nel Suo impegno per ripristinare una situazione che onori i diritti umani e La ringrazio Anna Colombo
In qualità di cittadina educata al rispetto del prossimo, specie in difficoltà, le chiedo di non ignorare l'appello che parte da molte persone come me; gente comune che non smette di credere nel senso civico del proprio Paese. Le chiediamo a gran voce di non ignorare nè sottovalutare le condizioni in cui versa questo numeroso gruppo di persone eritree, private dei più elementari diritti, quelli universalmente riconosciuti ad ogni persona. Nessuna legge può oltrepassare il diritto al riconoscimento che lo status di essere umano impone ad ogni coscienza. Siamo fiduciosi che il nostro appello non venga ignorato. Altresì convinti che il vero benessere di una nazione si costruisca a partire innanzitutto dalla capacità delle istituzioni di farsi carico dei più bisognosi.
Cordialmente. Maria Carmen Zandonai
Al Presidente della Repubblica Italiana
Giorgio Napolitano
chiedo di fermare le violenze e le deportazioni in Libia, viste le forte responsabilità che il nostro Paese ha rispetto a quanto continua a succedere in questo Paese.
Patrizia Larese
scriviamo a Napoltano
interrogazione ON. J.L.TUADì 2luglio2010
Atto Camera
Interrogazione a risposta scritta
presentata da
JEAN LEONARD TOUADI
TOUADI - Al Ministro degli esteri - Per sapere - premesso che
- il sito di informazione "Fortress Europe - L'Osservatorio sulle vittime dell'emigrazione", in data 30 giugno 2010 riportava la notizia secondo la quale non si hanno più informazioni circa la sorte di circa 300 eritrei detenuti in Libia, parte dei quali già precedentemente respinti in mare da Lampedusa.
- si tratta di eritrei che avrebbero diritto a entrare in Europa e di ottenere l'asilo politico;
- nel 2009 l'Italia ha riconosciuto l'asilo politico o la protezione sussidiaria a 1.325 eritrei
- da quando sono attive le nuove procedure di respingimento, queste persone vengono prese in carico dalle autorità libiche senza riuscire ad avere notizie certe sulla loro destinazione;
- i circa 300 eritrei risultavano essere stati reclusi presso il campo di detenzione di Misrath
- il 29 giugno le autorità libiche hanno costretto gli eritrei trattenuti nel campo di detenzione di Misratah a compilare un modulo per fornire le proprie generalità all'ambasciata eritrea, e che il rifiuto degli stessi a farsi identificare ha causato una protesta che ha portato a scontri con i militari libici.
- nella notte tra il 29 e il 30 giugno un reparto dell'esercito libico ha fatto irruzione con l'obiettivo di trasferire con la forza i circa 300 detenuti presso il centro di detenzione di Sebha;
- il trasferimento da Misratah a Sebha è avvenuto dentro 2 container di ferro, del tipo di quelli utilizzati per il trasporto di merci sulle navi cargo, in condizioni inumane e degradanti per l'alta temperatura, il sovraffollamento e la mancanza d'aria
- tre settimane fa il Governo libico ha espulso dalla Libia i rappresentanti dell'Alto Commissariato dei Rifugiati delle Nazioni Unite che operavano specificatamente nel centro di detenzione di Misratah da 3 anni, rendendo impossibile ogni forma di controllo circa la presenza di persone titolari dell'eventuale richiesta di asilo politico secondo le normative internazionali e comunitarie-:
- se il Ministro sia a conoscenza dei fatti accaduti a Misratah riportati dai media;
- se il Ministro sia in grado di affermare con certezza che i circa 300 richiedenti asilo politico eritrei trasferiti con la forza da Misratah a Sebha non saranno rimpatriati con i gravi rischi per la loro incolumità che ne conseguirebbero
- se il Ministro sia in grado di affermare con certezza che attraverso i respingimenti non si sta negando il diritto d'asilo a persone che potrebbero legittimamente chiederlo;
- se il Ministro sia a conoscenza delle ragioni politiche che hanno portato alla chiusura del centro UNHCR di Tripoli e che tipo di azione ha eventualmente intrapreso nei confronti delle autorità libiche
Roma lì, 02/07/10
